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Fare sport a Parigi
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25/11/2015
Tutti

Era un venerdì 13…

Prima di partire per Parigi per me era il venerdì 17 il giorno da evitare con l’inevitabile frase “non ci credo, ma non si sa mai”, ma da anni ormai il venerdi 13 lo ha rimpiazzato, e stavolta la superstizione ha preso purtroppo il sopravvento.

È da un anno e mezzo che aspettiamo di partire per questo viaggio rimandato già una volta. È stata una lunga attesa ma ce l’abbiamo fatta, siamo finalmente in Australia per tre settimane di road trip. Tutto è stato preparato nei minimi dettagli per lasciare Parigi nelle migliori condizioni: post programmati sul blog, clienti avvertiti, dossier più urgenti sistemati, posso partire in pace e godermi le vacanze.

Sono le 8 di mattina del 14 novembre 2015 a Sydney quando ci svegliamo, pronti per il primo lunghissimo tragitto in macchina: acqua in faccia, lavaggio denti e ultima occhiata al wifi visto che poi non ne avremo fino a sera. Appena li accendiamo i telefoni impazziscono, messaggi di chiunque che ci chiedono dove siamo e se stiamo bene, che succede? Un nostro caro amico ci scrive che a Parigi stanno sparando dappertutto, inorriditi scopriamo degli attacchi, e ancora più inorriditi scopriamo che uno è a cinque minuti da casa, un altro in un quartiere dove andiamo spesso e un altro al Bataclan, al Bataclan cazzo, a due passi da casa e che frequentiamo.

Prima reazione: che sta succedendo? Qualcuno sa qualcosa? Ma su Internet dicono solo di sparatorie in posti non ben definiti e ostaggi al Bataclan. Seconda reazione: gli amici cazzo, i nostri amici, quelli che il venerdì sera escono a divertirsi proprio in quelle zone, proprio come facciamo noi, e i vicini di casa che da quelle strade ci passano per tornare a casa!

Non sappiamo cosa fare, che cazzo vuoi fare dall’altra parte del globo! Possiamo solo a nostra volta cominciare a mandare messaggi, rassicurando allo stesso tempo chi non sa che siamo per fortuna lontani, e poi cercando di avere notizie dei nostri cari, ma come si fa a beccarli tutti? Via di Whatsapp, sms, Facebook, qualsiasi mezzo per avere notizie, ad ogni “Stiamo bene” o “XX è stato segnalato al sicuro” su Facebook, un minuscolo respiro di sollievo, ma sta succendendo in diretta e non sappiamo quando finirà. Saltando in macchina ho il terrore di riaccendere il wifi all’arrivo, la giornata passa a macinare chilometri in silenzio, e alla radio australiana ancora non dicono nulla.

Arriviamo in serata in un paesino sperduto in una foresta, per noi è la fine del 14 novembre, per l’Europa è la mattina del giorno dopo: senza dire una parola scarichiamo i bagagli, ci sediamo sul letto, accendiamo wifi e televisione e restiamo così, senza neanche toglierci le giacche, a contemplare l’orrore, ad ascoltare l’assurdità, increduli, tristi, incazzati, allucinati, sotto choc… continuando a verificare che almeno i nostri amici stiano bene e a rispondere ai messaggi che ancora arrivano per sapere se stiamo bene.

Alle mie parole “Sto bene, siamo lontani da Parigi” la risposta è “Meno male! Buone vacanze allora, divertitevi”… buone vacanze, divertitevi… hanno sterminato centinaia di persone innocenti praticamente sotto casa, a caso, gente uscita a mangiare fuori, a bere un bicchiere, a guardare un concerto, gente che si godeva giusto il venerdì sera e che poi è morta nel più tragico dei modi… buone vacanze, divertitevi… Vorrei essere a Parigi a donare il sangue, ad abbracciare gli amici e gli sconosciuti, ad offrire ospitalità, e invece sono dall’altra parte del globo, e quando l’Europa si sveglia io dormo (o perlomeno ci provo).

Dopo la prima giornata di orrori comincia l’attesa per sapere se tra le vittime c’è qualcuno che conosco, perché non ho altro modo di saperlo che aspettare e controllare le news, quelle affidabili, cercando di limitare l’intossicazione e soprattutto i social network, conosco talmente tanti di voi a Parigi…

E poi il mio viaggio continua giorno dopo giorno, combattuta tra il sentirmi una vigliacca perché sono lontanissima e ne sono felice, il sentimento di non poter fare niente di niente (e allora scrivo), la voglia di “andare avanti perché non dobbiamo farli vincere stì pezzi di merda che vogliono ‘terrorizzarci’”, e l’incapacità in realtà di farlo, benché lontana.

Durante il giorno mi obbligo a non pensare, a scoprire stupita le cose sconosciute intorno in me (la natura, gli animali, gli usi e i costumi…), a fare foto per ricordarmi di questi momenti, a ridere ed approfittare del tempo che passo con l’uomo della mia vita, ma poi saliamo in macchina e cala il silenzio, rientriamo nelle nostre innumerevoli case e apprendiamo le perdite di amici di amici, e io scrivo… è l’unica cosa che posso fare. Sono incazzata, sono triste, sono angosciata, sono impaurita, sono incredula, sono tutto questo e niente.

Incontri degli europei che alla frase “Piacere, siamo italiani ma viviamo a Parigi” (a cui di solito l’interlocutore risponde “Che bello! Beati voi!”), in questi giorni cambiano subito espressione ed è come se avessero voglia di abbracciarti. Gli australiani invece non ci chiedono nulla, per loro è uno dei tanti drammi che accadono nel mondo (come capita anche a noi alla fine per tutte le atrocità nel resto del mondo), è una cosa lontana, è nomale, è umano, la morte ci sconvolge solo quando ci tocca personalmente e da vicino.

Anche a gennaio ero lontana da Parigi quando hanno attaccato Charlie Hebdo e il supermercato: credo che una forza potente (e non un dio in cui non credo) mi protegga per non so quale motivo, e tutto questo personalmente ed egoisticamente mi fa pensare alla sola cosa che reputo ora ancora più importante: stare vicina alle persone che amo, fregarmene delle innumerevoli stupidaggini quotidiane che magari mi fanno innervosire o passare una brutta giornata, vivere giorno dopo giorno come se fosse l’ultimo, senza troppi  piani e progetti a lungo termine, perché potrebbe succedere di uscire la sera a fare due chiacchiere con gli amici e di non tornare più a casa…

E allora scusate il silenzio stampa, ma questo è il mio modo di reagire ai lutti, soprattutto se sono lontana e non posso abbracciare i miei cari… e ora continuo il mio viaggio, combattuta tra il voler rientrare al più presto e la paura di doverlo fare per affrontare la realtà.

E intanto tutti i miei pensieri vanno alle famiglie delle vittime, per le quali non possiamo far altro che continuare a vivere appieno le nostre vite, perché se facessimo il contrario “vincerebbero i cattivi” e questo noi non lo vogliamo!

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